Luci della ribalta

Lo spettacolo e la comunicazione sviscerati da Marco Bonardelli (ATTENZIONE "Luci della ribalta" non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001)

Luci della ribalta intervista Massimo Ghini

Nella sale da oggi Niente può fermarci, opera seconda –  a quattro anni dal thriller Visions – di Lugi Cecinelli, regista di spot pubblicitari e videoclip per artisti del calibro di Fiorella Mannoia e Tricarico.

Protagonisti di questa storia sono quattro ragazzi disturbati: l’internet-dipendente Ippolito (Emanuela Propizio), l’ossessivo-compulsivo Leonardo (Federico Costantini), il narcolettico Mattia (il calciatore Guglielmo Amendola, al suo debutto cinematografico) e Guglielmo (Vincenzo Alfieri), affetto da Sindrome di Tourette. Assieme realizzeranno un’avventurosa fuga dal centro di cura dove sono ricoverati; un viaggio in macchina alla volta di Ibiza, nel corso del quale incroceranno sulla loro strada l’affascinante Regina (Maria Chiara Augenti), reduce da una storia d’amore finita male.

Il cast del film vede la partecipazione straordinaria di Gerard Depardieu nei panni di un rude fattore e alcuni camei di Eva Riccobono, Lucia Ocone, Carolina Crescentini e Simone Montedoro. I genitori dei ragazzi sono interpretati da Serena Autieri, Gianmarco Tognazzi, Paolo Calabresi (il Biascica della serie cult Boris) e Massimo Ghini, che abbiamo raggiunto per una breve intervista, nel corso della quale ci ha svelato in esclusiva il suo coinvolgimento in un progetto importante. “Sto collaborando attivamente alla candidatura di Taranto come capitale culturale del 2019 – ci dice l’attore – e approfitterò del tour promozionale del film per parlare di questa bellissima iniziativa. Di questa città, che è stata capitale della Magna Grecia e ha settecento anni di storia alle spalle, non se ne deve parlare solo per l’Ilva e le Ciminiere.”

Tu interpreti Ippolito, padre di Augusto. Puoi parlaci di lui e di cosa lo distingue dagli altri genitori?

“Mi piaceva da morire l’idea di questo personaggio che pretende di avere la risposta per tutto ed è un principe dell’ovvio. E’ uno psichiatra che dovrebbe essere preparato ad affrontare un figlio con una patologia, e fa ridere perché cerca di psicanalizzare qualunque cosa succeda, ma dice una marea di ovvietà. Lui è messo in contrapposizione alla guardia giurata (Paolo Calabresi) che gira col furgone blindato, alla madre mascolina e quasi manesca (Serena Autieri) e al diplomatico distante da tutto (Gianmarco Tognazzi). Sono quattro persone così diverse che condividono una difficoltà e dicono spesso delle sane corbellerie.”
Il film si preannuncia una commedia che vede protagonisti soprattutto i ragazzi. Cosa dovrà aspettarsi in particolare il pubblico?  

“Questo film non è soltanto la classica storia estiva per ragazzi, né un on the road in cui alcuni amici fanno un viaggio, ma tratta una materia diversa. Questi giovani sono costretti a stare insieme perchè afflitti da patologie meno conosciute ed evidenti, non essendo disturbi che presuppongono un difetto fisico. Ogni anno frequentano un centro che li accoglie e dove stanno insieme per le vacanze ma, essendo cresciuti e avendo un’età in cui si ha il desiderio di fare altre cose, nasce l’idea di questo viaggio che è anche una fuga. Da qui in poi scaturisce il discorso sulla responsabilità degli adulti, perché i genitori, compromessi nelle storie dei loro figli, li seguono per volerli in qualche modo tutelare. Il tutto però viene trattato con una chiave di commedia che non significa tuttavia sottovalutare tali problematiche. E’ una storia di formazione, dove la commedia gioca su questo doppio binario.”

La storia parla quindi sia agli adolescenti che agli adulti? Che messaggio può dare a questi ultimi?

“Noi quattro genitori ci prendiamo in giro perché poi alla fine si andrà a vedere se siano i figli o i genitori ad essere realmente afflitti da patologie. La storia ironizza su questi genitori che vorrebbero sempre accogliere e difendere, mentre rappresentano altre quattro patologie. Più che un insegnamento c’è quindi una “testimonianza” portata attraverso la commedia. Noi attori abbiamo accettato tutti volentieri i nostri ruoli perché giocavamo su questo, compreso Depardieu che si è diverto nella sua parte e ha fatto un regalo a tutti noi.  A me e Gerard faceva sorridere questa peculiarità del film, il suo non essere solo “il viaggio di quattro amici” e ciò va in linea con certo cinema francese, come ad esempio “Quasi amici”, sebbene non ci sia una relazione diretta col nostro film. In Italia si avrebbe più difficoltà a realizzare una storia simile a quella di “Quasi amici”, dove il nero è una persona invadente e antipatica che prende in giro e tratta male un paralitico. Da noi temi così delicati sarebbero trattati in maniera politically correct, confermando il perbenismo del “bravo e buono” che funziona sempre. La forza di un film del genere invece sta proprio nel superamento del perbenismo.”

Il film vede la partecipazione del grande Gerard Depardieu, nuovamente in Italia dopo alcune importanti lavori nel cinema e nella pubblicità. Che presenza è sul set un attore di questo calibro?

“E’ il secondo film che giro con lui dopo CQ di Roman Coppola , anche se in questo non ci siamo incrociati, ma solo visti una volta di corsa e salutati al telefono, perché girava in momenti diversi dai miei. Ho lavorato con attori come Sean Penn, Kristin Scott Thomas, Turturro e Keitel. Sono persone che fanno il nostro stesso mestiere, ma rispetto a noi hanno la grande fortuna di essere americani o francesi. Non cambia niente perché quando fai quel mestiere compi lo stesso iter.”

Dopo l’esperienza de Il vizietto con il regista messinese Piparo, tornerai a teatro da settembre con “Quando la moglie è in vacanza”, diretto da Alessandro D’Alatri. Cosa puoi anticiparci? Questo spettacolo farà tappa in Sicilia?

“E’ una commedia con divagazioni musicali tratta dalla pièce di Broadway che a sua volta ispirò il film, e rappresenta una digressione che mi regalo dopo l’esperienza de Il vizietto. Pensavo di non farlo, ma alla fine Alessandro mi ha convinto. In questa versione è l’uomo il protagonista assoluto, rispetto al film maggiormente incentrato sulla Monroe, e fa a botte con la propria coscienza. Mi diverte passare da Albin a questo ruolo. E poi ci saranno tre canzoni che Renato Zero sta scrivendo appositamente per noi.  Per quanto riguarda le tappe, credo che Palermo e Catania le toccheremo di sicuro.”

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