Luci della ribalta

Lo spettacolo e la comunicazione sviscerati da Marco Bonardelli (ATTENZIONE "Luci della ribalta" non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001)

Doppiaggio – Intervista a Gianni G.Galassi. Il mestiere del dialoghista e non solo.

Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su “Notizie in…Controluce” di settembre 2013.

Il dialoghista o adattatore dei dialoghi è una figura importante nel mondo del doppiaggio, ma non sempre apprezzata come meriterebbe. Abbiamo affrontato questa e altre questioni legate al mondo delle voci in una lunga intervista con Gianni G.Galassi. Fotografo e soprattutto direttore e dialoghista di film e serie tv di successo, il nostro intervistato ha ricevuto il 27 luglio scorso il Leggio d’Oro  per il miglior adattamento dialoghi, premio istituito in questa decima edizione del prestigioso riconoscimento.

Lei ha diretto tanti film e telefilm (La moglie del soldato, ER – Medicini in prima linea, Fahrenheit 9/11…..). A quali lavori è particolarmente legato?

“Sono particolarmente affezionato ai lavori che ho fatto come direttore di doppiaggio in tempi recenti su serie come Downtown Abbey e I Borgia, alle quali mi sto dedicando anche in questi giorni. Mi è piaciuto lavorare a I pilastri della terra e sono molto affezionato alle prime otto stagioni di ER – Medicini in prima linea, che considero una pietra miliare nella mia carriera. Per quanto concerne i film di circuito, il mio nome è stato associato per lungo tempo a un filone d’autore di origine europea e in parte cinese. Quasi tutti i film di Eric Rohmer hanno avuto adattamento e direzioni firmate da me. Stesso discorso per i film di Alain Resnais. Ci sono stati anche momenti di avvicinamento a produzioni statunitensi, ma sempre ascrivibili al cinema d’autore filtrato dal Sundance Film Festival. Non ho quasi mai avuto l’opportunità di lavorare a grosse produzioni americane di cinema commerciale, perché il caso ha voluto che non entrassi mai a far parte di quel giro, così come ha voluto che io entrassi in quello del cinema d’autore dal quale altri miei bravi colleghi sono rimasti esclusi. ”

Questo genere di film solitamente è una piccola fetta di quello che viene doppiato….

“Sì, è una parte abbastanza circoscritta che rappresenta una piccola percentuale del totale di film che si doppiano ogni anno in Italia per l’uscita nel circuito. Ogni anno escono nelle sale all’incirca 300 titoli. Escludendo quelli italiani possiamo considerare 180-200 film doppiati, e di questi sempre meno sono quelli considerati a pieno titolo “cinema d’autore”. Ormai è più frequente il caso di film di questo genere magari anche insigniti di importanti riconoscimenti che, a causa delle scarse aspettative commerciali, escono sottotitolati sui canali televisivi a pagamento. Queste reti televisive hanno finito ormai per rappresentare il vero cineclub del nostro paese, perché le sale d’essai sono scomparse da parecchio e i club a tessera non esistono più da diversi anni. Anche il cineclub una volta rappresentato da Raitre non esiste più da moltissimo tempo. Oggi questi canali sono una valida alternativa a ciò, e sono spesso portatrici di un’offerta tutt’altro che disprezzabile.”

Rispetto ai cinema d’essai, essi danno la possibilità di sentire i film anche doppiati?

“C’è anche quella possibilità che soddisfa di più la curiosità di un pubblico culturalmente sofisticato. Spesso il confronto tra la versione originale e quella doppiata rappresenta anche un gioco mondano di caccia all’errore o di paragone elegantemente futile tra due modi di intendere e percepire la fruizione di un film. Fatto sta che oggi la versione originale è l’oggetto di una domanda imprescindibile resa possibile dal dvd e dalla digitalizzazione delle tv a pagamento. Se costringe noi professionisti a lavorare sempre meglio, perché siamo sempre più sottoposti a questo esame comparativo, ben venga.”

A proposito di questo esame comparativo…Negli ultimi anni, grazie alla Rete, l’attenzione verso il doppiaggio è aumentata e con essa le critiche. Spesso anche la figura dell’adattatore, come quella del doppiatore, viene criticata ed è raro leggere commenti positivi su questa attività. Secondo Lei, come mai questo accade?

“L’adattamento dei dialoghi è un lavoro difficile, e tale difficoltà viene tendenzialmente sottovalutata sia dagli addetti ai lavori che dai non addetti ai lavori, alla pari di qualunque prassi traduttiva. Io estenderei questo ragionamento a qualunque prassi traduttiva che riguardi la letteratura, la poesia, la contrattualistica o i vertici politici. Tradurre è un mestiere difficile, sulla cui metodologia non ci è mai messi del tutto d’accordo. Mi è capitato spesso di sentire da parte di gente che dovrebbe essere intellettualmente dotata, concetti futili come quelli di ‘traduzione fedele’  o ‘traduzione letterale’. Non esiste la letteralità della traduzione, come non ne esiste la sua fedeltà. Una versione tradotta non è una fila di sinonimi di parole originali reperite nel vocabolario della lingua d’arrivo, ma  un lavoro di smontaggio e rielaborazione, cui concorrono in maniera straordinariamente impattante la soggettività di chi opera, la sua esperienza, la sensibilità e i suoi limiti tecnici. Esiste una componente creativa ed una artigianale che si basa sull’applicazione di procedure e di un metodo che nel nostro lavoro esiste anche se non tutti sarebbero capaci di enunciare. Ed esiste anche questa componente imponderabile dell’esperienza e di come ti sei svegliato quella mattina. E’ un mestiere i cui risultati non si possono misurare con strumenti scientifici. Se il muratore fa un muro storto, col  filo a piombo e la livella laser si può constatare se non è dritto e quanto non lo sia. Se il dialoghista non fa un adattamento dritto, inizia un dibattito che può essere infinito. Se misuriamo col filo a piombo misurando qualunque testo (anche audiovisivo), lo strumento ideale per operare questa valutazione non c’è; ma esiste la valutazione soggettiva, a sua volta condizionata da chi l’ha eseguita e da chi la giudica. Si rischia davvero di smarrirsi. Dico una frase che non mi stanco mai di ripete all’inizio di tutti i cicli di lezione che tengo ogni anno su questo tema alla Fondazione Cinema di Venezia: non esistono sinonimi tra lingue. Immaginare la possibilità di una traduzione oggettiva da una lingua all’altra non è solo una pia illusione, ma secondo me anche una presa di posizione da ignoranti, da persone che ignorano cosa significhi davvero tradurre.”

Il mestiere del dialogista è davvero in decadenza come altre figure professionali dentro e fuori dal doppiaggio? Spesso molti Suoi colleghi si lamentano che ci sono dialogisti improvvisati.

“Ho 59 anni e ho la nausea della parola ‘crisi’. Sento parlare di ‘crisi’ di ogni aspetto o attività del nostro sciagurato paese da quando ho l’età della ragione. Credo sia diventata una parola priva di significato. Per quanto riguarda la credibilità di chi fa questo mestiere, non credo ci sia nulla di diverso dalla credibilità di chi fa qualunque mestiere. Quando sento dire che un dialogista il giorno prima faceva l’attore di brusio e l’assistente, dico sempre che c’è stato un momento nella vita di Umberto Eco in cui egli non sapeva parlare e se la faceva sotto. Poi è diventato Umberto Eco. Tutti cominciamo. Casomai il problema non è da dove veniamo, ma dove e in che modo andiamo. Non esiste una didattica organizzata del mestiere del dialoghista. Si arriva alla professione di dialoghista come un tempo si arrivava al mestiere di ebanista lavorando nella bottega artigiana. E’ naturale che a questa professione possa accostarsi con maggiore facilità qualcuno che fa già parte della bottega con un altro ruolo o chi è imparentato con chi fa parte della bottega artigianale del doppiaggio. Questo però non è un vizio o una virtù che possiamo riscontrare nel dorato mondo del doppiaggio. Sono circostanze che riguardano qualunque settore delle attività umane. La vera domanda, secondo me, é “chi è il cliente?”. Se è possibile che a fare il mestiere del dialogista, come anche quello del direttore, ci siano degli incompetenti se non degli abusivi, la domanda è: se costoro vengono pagati, perché vengono pagati? Perché chi li paga seguita a pagarli? Forse perché chi li paga non è in grado di giudicarli…. Credo che se esista un manico nel nostro mestiere, ed è lì che andrebbe cercato il difetto. Le stesse persone che non si sognerebbero mai di tornare in un ristorante dove hanno mangiato male, nel mondo del doppiaggio continuano a commissionare lavoro a dei soggetti che hanno già dato ampia prova della loro incompetenza. Perché lo fanno? Io a questa domanda non so rispondere, e non ho neanche voglia di dare interpretazioni maliziose del fenomeno, perché mi viene la nausea. Ma questo è il paese in cui il comandante di un’imbarcazione lunga più di duecento metri per stupidità provoca la morte di trenta persone, in un relitto diventato impossibile da rimuovere da un’isola. Poi però, quando torna al suo paese, gli fanno festa e viene acclamato come un eroe. Non vedo perché il dorato mondo del doppiaggio debba essere migliore o più virtuoso di quello della navigazione da crociera. C’è un’antropologia del Paese, che però non è di questi anni. Forse negli ultimi tempi ha dato vita a fenomeni televisivamente più pornografici. Questo Paese è venuto meno bene di altri, ma ringrazio ogni mattina gli dei di non essere nato afgano.“

Ci possono essere opportunità per un attore che voglia fare il doppiaggio, con la situazione di cui ci si lamenta?

“L’opportunità è nei fatti. Io ricevo quasi quotidianamente telefonate di attori che fino a un paio di anni fa riuscivano a dare un senso a tale professione, calcando il palcoscenico o prendendo parte a produzioni televisive e cinematografiche o facendo tutt’e’tre le cose insieme, i quali lamentano uno stato di disoccupazione permanente e tentano il doppiaggio come estrema risorsa per rimediare un reddito. Alcuni di questi sono anche artisti molto dotati che, dopo un breve periodo di ambientamento, riescono a dare un contributo interessante, credibile e meritevole di rispetto. Altri non hanno questa capacità e quindi il mondo del doppiaggio  fa più fatica ad assorbirli. Certamente trovo che l’ambiente del doppiaggio sia molto aperto a chiunque aspiri a farne parte. Io non ho mai negato provini a nessuno, neanche ai personaggi più improbabili che mi si sono presentati. Da qualche mese, più per stanchezza che per una scelta ideologica, faccio sempre più fatica ad aggiungere i provini alla mia attività normale e non ne faccio più. Ma ho provinato tantissime persone, mandandone via in lacrime parecchie, ma immettendone più di quante ne abbia mandate via. E questo è un atteggiamento che hanno anche molti miei colleghi. E’ un mondo molto aperto, dove in questo momento c’è un eccesso di offerte di voci femminili e una discreta offerta di voci maschili. Di voci maschili di qualità c’è carenza, mentre le voci femminili sono tutte di una qualità che va dal discreto all’ottimo.”

Quindi non sempre è facile trovare voci maschili che reggano il confronto con professionisti del calibro di Boccanera, Bulckaen, Gianni Bersanetti che lavora con lei…

“Ha citato una raffica di nomi illustri che devono la fama al loro talento indiscutibile. Attori maschi di questa levatura ne vedo apparire pochi. L’ultimo che ho scoperto, perché mi sono accorto della sua esistenza con colpevole ritardo, è il giovane Sabatini, figlio dell’illustre Carlo Sabatini che faceva parte della SAS fino a una quindicina d’anni fa. E’ un attore bravissimo, ha già la statura di un protagonista ed è la voce di un venticinque/trentenne.  Per me è una grande rivelazione e da quando l’ho conosciuto lo distribuisco in quasi tutte le produzioni di cui mi occupo, perché è una voce da vero protagonista giovane, virile, interessante, di grande charme e di grandi capacità interpretative, oltre ad essere tecnicamente formidabile. Voci così ne vedo apparire sempre più di rado, malgrado l’immissione di nomi nuovi nel doppiaggio sia in tendenziale crescita. Non so dare un’interpretazione di questo fenomeno. Non mi spiego come mai da una platea più numerosa esca una quantità minore di grandi talenti, probabilmente perché il filtro di selezione che sta a monte di questa immissione è a maglie troppo larghe.”

C’è anche un altro talento che lei ha scoperto: Daniele Natali, che ha doppiato il protagonista di “Heroes”.

“Daniele Natali è stato una rivelazione perché ha una voce molto insolita. E’ anche vero che  lui è un artista che ha molteplici interessi, quindi non è immerso totalmente nel mondo del doppiaggio. E’ anche un cineasta underground, e credo si occupi di musica. I suoi interessi spaziano quindi anche in altre direzione. In quella situazione lo catapultai in una grossa produzione americana per una tv commerciale (Italia 1, ndr), nonostante il suo nome non significasse nulla per il committente e nemmeno per gli spettatori che seguono maggiormente le sorti del doppiaggio, perché c’era un elemento di talentuosa novità nella sua voce che trovavo interessante, soprattutto dovendo doppiare un personaggio di quel genere.”

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